La giusta distanza

Arthur Schopenhauer, nel suo “Parerga e paralipomena”, racconta la famosa storiella di due porcospini (ripresa successivamente anche da Freud) che s'incontrano in un giorno d'inverno. 

Fa molto freddo e i due, per evitare di morire assiderati, decidono di accoccolarsi l'uno accanto all'altro ma, appena ci provano, ecco che le spine che contornano i loro corpi entrano in azione producendo un così forte dolore da costringerli ad allontanarsi. Tuttavia, la notte incombe, il freddo aumenta e quel calore provato, pur per poco, pur immediatamente sviato dal dolore, è stato qualcosa di così piacevole... come mai avevano provato prima. Nuovamente, allora, tornano ognuno a cercare il calore dell'Altro ma, miodio, questa volta il dolore è così intenso, che i due fanno un balzo indietro, urlando.

Ora, la sofferenza è tale che i due dovrebbero desistere, eppure qualcosa inspiegabilmente ancora li attrae, come se capissero che, al di là del freddo che li ha fatti incontrare, c’è -in qualche modo- una gioia più profonda che dipende davvero dalla capacità di accettare il rischio di quel dolore per riprovare ancora il piacere di quel calore. 

 Amore in MediadoCosì, non demordono. Ci riprovano: ancora e ancora e, piano piano, con gli opportuni accorgimenti, trovano una distanza adeguata, la migliore, affinché dolore e piacere siano sufficientemente commisurati in una giusta dose di ben-essere .

Ecco una bella metafora del lavoro cui è chiamata ogni coppia d'amore: “trovare la giusta distanza affinché dolore e piacere siano sufficientemente commisurati in una giusta dose di ben-essere”, trovare la giusta distanza affinché il dolore che proviamo per ciò che la presenza dell'Altro di me sottrae o minaccia di sottrarre, sia adeguatamente ricompensato dal piacere e dal benessere che, invece, la sua presenza arreca.

Infatti, per quanto l'uomo sia un animale sociale che si desidera e si cerca (e non solo per riprodursi), avvicinarsi all'Altro fino al punto di vivere con lui sotto lo stesso tetto, non è mai cosa semplice, e oggi tanto più di ieri .

Vivere con l'Altro significa far sì che quel «noi» che si deve necessariamente generare affinché il singolo si trasformi in coppia, si accaparri almeno un pezzo di ognuno degli «io» in gioco e che, ugualmente, ogni «io» si doni (doni la sua «i» o la sua «o»), affinché la forma del «noi» possa compiersi.

Tuttavia, questa manovra, pur complessa, è solo metà dell'opera da realizzare per proteggersi dalla crisi. 

Infatti, mentre si costruisce il «noi», risulta altrettanto necessario che l'«io» di ognuno non scompaia, non finisca schiacciato dal quel «noi» senza più riconoscere chi è e cosa vuole, perdendo cioè quell'identità di cui l'Altro «io», quello del partner, si era innamorato.

Emerge così, che questa distanza da cercare è qualcosa che implica, al contempo, una vicinanza («noi») e una lontananza («io»), palesando quel carattere paradossale dell'amore che incontreremo ancora molte volte in questo nostro girovagare tra i suoi confini.


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Arthur Schopenhauer, nel suo “Parerga e paralipomena”, racconta la famosa storiella di due porcospini (ripresa successivamente anche da Freud) che s'incontrano in un giorno d'inverno. 

Fa molto freddo e i due, per evitare di morire assiderati, decidono di accoccolarsi l'uno accanto all'altro ma, appena ci provano, ecco che le spine che contornano i loro corpi entrano in azione producendo un così forte dolore da costringerli ad allontanarsi. Tuttavia, la notte incombe, il freddo aumenta e quel calore provato, pur per poco, pur immediatamente sviato dal dolore, è stato qualcosa di così piacevole... come mai avevano provato prima. Nuovamente, allora, tornano ognuno a cercare il calore dell'Altro ma, miodio, questa volta il dolore è così intenso, che i due fanno un balzo indietro, urlando.

Ora, la sofferenza è tale che i due dovrebbero desistere, eppure qualcosa inspiegabilmente ancora li attrae, come se capissero che, al di là del freddo che li ha fatti incontrare, c’è -in qualche modo- una gioia più profonda che dipende davvero dalla capacità di accettare il rischio di quel dolore per riprovare ancora il piacere di quel calore. 

 Amore in MediadoCosì, non demordono. Ci riprovano: ancora e ancora e, piano piano, con gli opportuni accorgimenti, trovano una distanza adeguata, la migliore, affinché dolore e piacere siano sufficientemente commisurati in una giusta dose di ben-essere .

Ecco una bella metafora del lavoro cui è chiamata ogni coppia d'amore: “trovare la giusta distanza affinché dolore e piacere siano sufficientemente commisurati in una giusta dose di ben-essere”, trovare la giusta distanza affinché il dolore che proviamo per ciò che la presenza dell'Altro di me sottrae o minaccia di sottrarre, sia adeguatamente ricompensato dal piacere e dal benessere che, invece, la sua presenza arreca.

Infatti, per quanto l'uomo sia un animale sociale che si desidera e si cerca (e non solo per riprodursi), avvicinarsi all'Altro fino al punto di vivere con lui sotto lo stesso tetto, non è mai cosa semplice, e oggi tanto più di ieri .

Vivere con l'Altro significa far sì che quel «noi» che si deve necessariamente generare affinché il singolo si trasformi in coppia, si accaparri almeno un pezzo di ognuno degli «io» in gioco e che, ugualmente, ogni «io» si doni (doni la sua «i» o la sua «o»), affinché la forma del «noi» possa compiersi.

Tuttavia, questa manovra, pur complessa, è solo metà dell'opera da realizzare per proteggersi dalla crisi. 

Infatti, mentre si costruisce il «noi», risulta altrettanto necessario che l'«io» di ognuno non scompaia, non finisca schiacciato dal quel «noi» senza più riconoscere chi è e cosa vuole, perdendo cioè quell'identità di cui l'Altro «io», quello del partner, si era innamorato.

Emerge così, che questa distanza da cercare è qualcosa che implica, al contempo, una vicinanza («noi») e una lontananza («io»), palesando quel carattere paradossale dell'amore che incontreremo ancora molte volte in questo nostro girovagare tra i suoi confini.


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Perché amare non basta

Anna e Patrizio vennero in studio dicendo che la loro vita era diventata un inferno e che altro non c'era che separarsi.

Scoprimmo, invece, nel corso delle nostre riflessioni, che il male oscuro che li aveva colpiti poteva essere medicato; che le scenate folli di cui Patrizio era protagonista (senza sapere, peraltro, da cosa scaturissero), potevano essere curate, proprio da Anna, con opportuni stratagemmi e non contrastate con mutismi, abbandoni, accesi conflitti che altro non facevano che esasperare quelle crisi.

Forse un approccio più ortodosso avrebbe diagnosticato il disagio di Patrizio come Disturbo Ossessivo Compulsivo, un DOC da relazione, con conseguente profilo etichettante e, magari, somministrazione di farmaci.

 Amore in MediadoE, in effetti, Patrizio, mostrava tutti i sintomi di questo malessere: con la sua ricerca esasperata del rapporto perfetto, della perfetta sintonia sessuale, insieme all'incapacità di accettare gli umori negativi di Anna, le sue giornate no in cui aveva bisogno di essere rassicurata, anziché rassicurare.

Ma l'ansia di Patrizio non gli permetteva di stare insieme a una persona con le sue normali fragilità, lui sembrava aver bisogno di un'entità più o meno divina e, quando non la trovava, iniziavano i ripensamenti, l'ossessivo “t'amo non t'amo” che aveva portato a sfogliare ogni margherita del pur nutrito e paziente campo di Anna. Negli ultimi tempi poi, “le rogne”, come le chiamava lui, erano diventate praticamente quotidiane e con loro gli “esami” cui Patrizio sottoponeva Anna e il loro amore.

Marco e Roberta invece, dopo tante incomprensioni, mai veramente denunciate e elaborate, non avevano trovato altro rimedio che tradirsi: lui con il suo lavoro, lei con un altro uomo.

Marco che aveva iniziato a passare sempre più tempo fuori casa perché il lavoro chiama e le gratificazioni (economiche e non) sollecitano la voglia di protagonismo. E poi c'è Roberta e il piccolo Enrico che meritano il meglio e lui vuole darglielo. Così, per la famiglia si comincia, paradossalmente, a stare sempre più assenti dalla famiglia, finché i litigi soppiantano la complicità, la rabbia soverchia la tolleranza.

Roberta lo aspetta, lo aspetta finché può aspettarlo, finché ci riesce, finché il senso di solitudine, di abbandono glielo consentono, finché quell'assenza non le si torce contro e diviene il peso del suo fallimento, del suo sentirsi inutile, brutta, disprezzata. È allora che arriva Giulio che, invece, c'è. E la guarda, la cerca, la fa sentire la donna che Roberta vuole essere.

Infine, Luisa e Antonio, che si allontanano iniziando ad allontanare i loro reciproci interessi, pensando che, in fondo, sia giusto che ognuno coltivi le sue passioni, che insegua i suoi desideri; che se a lei piace leggere un bel libro e a lui guardare lo sport in Tv, si può passare anche una serata così, perché, per amore dell'Altro, si può -e forse si deve- rinunciare un po' a se stessi; perché, per amore di sé, si può -e forse si deve- rinunciare un po' al «noi».


Solo che, senza accorgersene, lentamente, queste rinunce diventano la norma: lo straordinario si ordina nell'ordinarietà del quotidiano fino a che di quel «noi» che Luisa e Antonio erano insieme, non rimangono che vaghe tracce nelle imprescindibili movenze della sopravvivenza: fare la spesa, occuparsi del casa, le bollette che scadono, il mutuo, la visita alle famiglie di origine... .

Tre piccole storie di ordinaria crisi di coppia. Tre storie che raccontano che amare non basta, non è sufficiente e che, ad ogni sacrosanta parola d’amore, deve necessariamente seguire un gesto d’amore, un gesto di cura che risponda a quel richiamo con cui in tanti, infiniti modi (più o meno adeguati, più o meno patologici), noi umani lanciamo nel cosmo un grido sempre parimenti colmo di incommensurabile gioia e di incommensurabile dolore: “Ti amoooooooooo!”.

Un grido che, apparentemente, sembra restituire la sola nostra infatuazione per l'Altro: il bisogno di amare, un darsi a prescindere, incondizionato, ma che sottende invece un'altra profonda e spesso inconscia richiesta: “Amamiiiiiiiiii!”.

Se fossimo davvero capaci di amare a prescindere, di amare incondizionatamente, di amare fermandoci all'urlato “Ti amooooooooo!”, l'amore sarebbe l'ultimo dei problemi dell'umanità ma, forse, non sarebbe amore.

Tutte le difficoltà ma, soprattutto, l'irresistibile fascino e il profondo, fisiologico bisogno d'amore, la sua bellezza, nascono, invece, dal fatto che amare non basta, perché, quello che in fondo vogliamo è amare per essere amati o, similmente, essere amanti per poter amare.

Amare non basta perché l'amore, quello vero, quello sano, trova compimento solo nel vicendevole scambio della relazione e qualsiasi deformazione onanistica che non preveda la fusione tra il mio bisogno di amare e il mio bisogno di sentirmi amato, apre la porta al campo del malessere, quando non della patologia.

Se si può amare unidirezionalmente un figlio o un genitore, un fratello, un amico, ma nell'amore di coppia non si può amare senza essere amati o, meglio, purtroppo si può, ma quando succede la domanda da farsi non è: “Perché non mi ami?”, ma: “Perché ti amo se tu non mi ami?”.

Ed è domanda che spalanca, con diversi gradi di difficoltà, la strada del lavoro su di sé, sulle proprie insicurezze, le paure, i traumi, le mancanze, i bisogni profondi, le proprie fragilità.

Non è, insomma, domanda con cui semplicemente interrogare l'Altro, colpevole di non amarmi o, come nella gran parte dei casi, di non amarmi come io vorrei essere amato, ma è domanda che, invece, deve interrogarci per spronarci a pretendere l’amore che vogliamo, foss’anche per capire che non è l’Altro che amiamo che può donarcelo.


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Anna e Patrizio vennero in studio dicendo che la loro vita era diventata un inferno e che altro non c'era che separarsi.

Scoprimmo, invece, nel corso delle nostre riflessioni, che il male oscuro che li aveva colpiti poteva essere medicato; che le scenate folli di cui Patrizio era protagonista (senza sapere, peraltro, da cosa scaturissero), potevano essere curate, proprio da Anna, con opportuni stratagemmi e non contrastate con mutismi, abbandoni, accesi conflitti che altro non facevano che esasperare quelle crisi.

Forse un approccio più ortodosso avrebbe diagnosticato il disagio di Patrizio come Disturbo Ossessivo Compulsivo, un DOC da relazione, con conseguente profilo etichettante e, magari, somministrazione di farmaci.

 Amore in MediadoE, in effetti, Patrizio, mostrava tutti i sintomi di questo malessere: con la sua ricerca esasperata del rapporto perfetto, della perfetta sintonia sessuale, insieme all'incapacità di accettare gli umori negativi di Anna, le sue giornate no in cui aveva bisogno di essere rassicurata, anziché rassicurare.

Ma l'ansia di Patrizio non gli permetteva di stare insieme a una persona con le sue normali fragilità, lui sembrava aver bisogno di un'entità più o meno divina e, quando non la trovava, iniziavano i ripensamenti, l'ossessivo “t'amo non t'amo” che aveva portato a sfogliare ogni margherita del pur nutrito e paziente campo di Anna. Negli ultimi tempi poi, “le rogne”, come le chiamava lui, erano diventate praticamente quotidiane e con loro gli “esami” cui Patrizio sottoponeva Anna e il loro amore.

Marco e Roberta invece, dopo tante incomprensioni, mai veramente denunciate e elaborate, non avevano trovato altro rimedio che tradirsi: lui con il suo lavoro, lei con un altro uomo.

Marco che aveva iniziato a passare sempre più tempo fuori casa perché il lavoro chiama e le gratificazioni (economiche e non) sollecitano la voglia di protagonismo. E poi c'è Roberta e il piccolo Enrico che meritano il meglio e lui vuole darglielo. Così, per la famiglia si comincia, paradossalmente, a stare sempre più assenti dalla famiglia, finché i litigi soppiantano la complicità, la rabbia soverchia la tolleranza.

Roberta lo aspetta, lo aspetta finché può aspettarlo, finché ci riesce, finché il senso di solitudine, di abbandono glielo consentono, finché quell'assenza non le si torce contro e diviene il peso del suo fallimento, del suo sentirsi inutile, brutta, disprezzata. È allora che arriva Giulio che, invece, c'è. E la guarda, la cerca, la fa sentire la donna che Roberta vuole essere.

Infine, Luisa e Antonio, che si allontanano iniziando ad allontanare i loro reciproci interessi, pensando che, in fondo, sia giusto che ognuno coltivi le sue passioni, che insegua i suoi desideri; che se a lei piace leggere un bel libro e a lui guardare lo sport in Tv, si può passare anche una serata così, perché, per amore dell'Altro, si può -e forse si deve- rinunciare un po' a se stessi; perché, per amore di sé, si può -e forse si deve- rinunciare un po' al «noi».


Solo che, senza accorgersene, lentamente, queste rinunce diventano la norma: lo straordinario si ordina nell'ordinarietà del quotidiano fino a che di quel «noi» che Luisa e Antonio erano insieme, non rimangono che vaghe tracce nelle imprescindibili movenze della sopravvivenza: fare la spesa, occuparsi del casa, le bollette che scadono, il mutuo, la visita alle famiglie di origine... .

Tre piccole storie di ordinaria crisi di coppia. Tre storie che raccontano che amare non basta, non è sufficiente e che, ad ogni sacrosanta parola d’amore, deve necessariamente seguire un gesto d’amore, un gesto di cura che risponda a quel richiamo con cui in tanti, infiniti modi (più o meno adeguati, più o meno patologici), noi umani lanciamo nel cosmo un grido sempre parimenti colmo di incommensurabile gioia e di incommensurabile dolore: “Ti amoooooooooo!”.

Un grido che, apparentemente, sembra restituire la sola nostra infatuazione per l'Altro: il bisogno di amare, un darsi a prescindere, incondizionato, ma che sottende invece un'altra profonda e spesso inconscia richiesta: “Amamiiiiiiiiii!”.

Se fossimo davvero capaci di amare a prescindere, di amare incondizionatamente, di amare fermandoci all'urlato “Ti amooooooooo!”, l'amore sarebbe l'ultimo dei problemi dell'umanità ma, forse, non sarebbe amore.

Tutte le difficoltà ma, soprattutto, l'irresistibile fascino e il profondo, fisiologico bisogno d'amore, la sua bellezza, nascono, invece, dal fatto che amare non basta, perché, quello che in fondo vogliamo è amare per essere amati o, similmente, essere amanti per poter amare.

Amare non basta perché l'amore, quello vero, quello sano, trova compimento solo nel vicendevole scambio della relazione e qualsiasi deformazione onanistica che non preveda la fusione tra il mio bisogno di amare e il mio bisogno di sentirmi amato, apre la porta al campo del malessere, quando non della patologia.

Se si può amare unidirezionalmente un figlio o un genitore, un fratello, un amico, ma nell'amore di coppia non si può amare senza essere amati o, meglio, purtroppo si può, ma quando succede la domanda da farsi non è: “Perché non mi ami?”, ma: “Perché ti amo se tu non mi ami?”.

Ed è domanda che spalanca, con diversi gradi di difficoltà, la strada del lavoro su di sé, sulle proprie insicurezze, le paure, i traumi, le mancanze, i bisogni profondi, le proprie fragilità.

Non è, insomma, domanda con cui semplicemente interrogare l'Altro, colpevole di non amarmi o, come nella gran parte dei casi, di non amarmi come io vorrei essere amato, ma è domanda che, invece, deve interrogarci per spronarci a pretendere l’amore che vogliamo, foss’anche per capire che non è l’Altro che amiamo che può donarcelo.


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L'Amore cura... può curare

L'amore cura.
Così mi piace sintetizzare il senso di questo viaggio, iniziato ormai tanti post or sono, attorno all'amore di coppia in cui, articolo dopo articolo, stiamo cercando di analizzare la possibilità di comprendere cos'è questa bellissima e misteriosa cosa che chiamiamo "amore", per imparare a curarlo quando entra nella spirale della crisi, oppure ne annusa la possibile presenza, o solo pretende di essere preventivamente accudito affinché la crisi non si prospetti all'orizzonte.

Lo diceva già il nostro divino Dante, “l'amor che move il sole e l’altre stelle” , e se move il sole e le stelle, figuriamoci cosa può combinare a degli esserini mortali come siamo noi...

L'amore ci coinvolge, ci travolge e, come bene sappiamo, può diventare la nostra benedizione o la nostra maledizione -e non solo per quel che riguarda la stretta relazione di coppia.

Quando l'amore non c'è o è in crisi, anche tutta la nostra vita ne risente e, esposta alle intemperie di emozioni dolorose, palesa tutte quelle fragilità che, invece, il pulsare del cuore innamorato protegge con la forza del «noi» -quella forza che l'«io» non possiede e proprio per questo cerca nel «noi» di far fronte alle sue mancanze.

Insomma, quando amiamo e siamo amati la vita, anche nelle situazioni più difficili, se non sorride, agita almeno la bandiera della speranza e del conforto, dell'accoglienza.

 Amore in MediadoCon questa importante ovvietà (un po' da bacio perugina) voglio dunque nuovamente sottolineare il tema principe di questo blog: la possibilità che l'Altro che mi ama si faccia artefice della mia cura, diventando la panacea del mio malessere e, proprio in virtù del suo amore, mi presti le sue premure -anche laddove questo amore si sia trasformato passando dalla forma coniugale alla forma amicale o cooperativa (come -ad esempio- nei più riusciti percorsi di mediazione famigliare), ma soprattutto, laddove l'amore è ancora vivo e solo soffre nel sentirsi ostacolato da una delle tante difficoltà che la vita ci riserva.

In tutti questi anni di attività clinica, ho sperimentato, su centinaia di casi e con successo, questo processo in cui l'amore diviene vero e proprio medicamento capace di risolvere complesse problematiche, anche individuali, che magari persistevano da anni.

Uomini e donne che giungevano in studio rivendicando una crisi che, alla prova dell'analisi, si dimostrava solamente il frutto di una difficoltà che non era stata né capita né accolta: a volte perché non presente alla consapevolezza del soggetto in disagio, a volte perché malamente comunicata con la pretesa che l'Altro dovesse comprendere a prescindere, a volte perché rafforzata da reciproci inadeguati atteggiamenti. Ma, comunque, in ogni caso, agente.

Poi, come in ogni crisi, il malessere non controllato si insidia come un virus cui ognuno cerca (anche in buona fede) di apportare la propria ricetta e, attraverso ripetute tentate soluzioni, non sempre pensate come tali, finisce, invece, per peggiorare la situazione, ingarbugliando tanto il gomitolo che si fatica a trovare il bandolo e si imputa alla fine dell'amore un problema che, invece, originava altrove.

Certo, a volte si arriva troppo tardi, e niente e nessuno può ritrovare il capo di un filo così malamente aggrovigliato in cui l'amore è rimasto imprigionato fino a soffocare. Ma, se la coppia, con buona lungimiranza, riesce a farsi aiutare in tempo, allora tanto si può (e forse si deve) davvero fare.



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L'amore cura.
Così mi piace sintetizzare il senso di questo viaggio, iniziato ormai tanti post or sono, attorno all'amore di coppia in cui, articolo dopo articolo, stiamo cercando di analizzare la possibilità di comprendere cos'è questa bellissima e misteriosa cosa che chiamiamo "amore", per imparare a curarlo quando entra nella spirale della crisi, oppure ne annusa la possibile presenza, o solo pretende di essere preventivamente accudito affinché la crisi non si prospetti all'orizzonte.

Lo diceva già il nostro divino Dante, “l'amor che move il sole e l’altre stelle” , e se move il sole e le stelle, figuriamoci cosa può combinare a degli esserini mortali come siamo noi...

L'amore ci coinvolge, ci travolge e, come bene sappiamo, può diventare la nostra benedizione o la nostra maledizione -e non solo per quel che riguarda la stretta relazione di coppia.

Quando l'amore non c'è o è in crisi, anche tutta la nostra vita ne risente e, esposta alle intemperie di emozioni dolorose, palesa tutte quelle fragilità che, invece, il pulsare del cuore innamorato protegge con la forza del «noi» -quella forza che l'«io» non possiede e proprio per questo cerca nel «noi» di far fronte alle sue mancanze.

Insomma, quando amiamo e siamo amati la vita, anche nelle situazioni più difficili, se non sorride, agita almeno la bandiera della speranza e del conforto, dell'accoglienza.

 Amore in MediadoCon questa importante ovvietà (un po' da bacio perugina) voglio dunque nuovamente sottolineare il tema principe di questo blog: la possibilità che l'Altro che mi ama si faccia artefice della mia cura, diventando la panacea del mio malessere e, proprio in virtù del suo amore, mi presti le sue premure -anche laddove questo amore si sia trasformato passando dalla forma coniugale alla forma amicale o cooperativa (come -ad esempio- nei più riusciti percorsi di mediazione famigliare), ma soprattutto, laddove l'amore è ancora vivo e solo soffre nel sentirsi ostacolato da una delle tante difficoltà che la vita ci riserva.

In tutti questi anni di attività clinica, ho sperimentato, su centinaia di casi e con successo, questo processo in cui l'amore diviene vero e proprio medicamento capace di risolvere complesse problematiche, anche individuali, che magari persistevano da anni.

Uomini e donne che giungevano in studio rivendicando una crisi che, alla prova dell'analisi, si dimostrava solamente il frutto di una difficoltà che non era stata né capita né accolta: a volte perché non presente alla consapevolezza del soggetto in disagio, a volte perché malamente comunicata con la pretesa che l'Altro dovesse comprendere a prescindere, a volte perché rafforzata da reciproci inadeguati atteggiamenti. Ma, comunque, in ogni caso, agente.

Poi, come in ogni crisi, il malessere non controllato si insidia come un virus cui ognuno cerca (anche in buona fede) di apportare la propria ricetta e, attraverso ripetute tentate soluzioni, non sempre pensate come tali, finisce, invece, per peggiorare la situazione, ingarbugliando tanto il gomitolo che si fatica a trovare il bandolo e si imputa alla fine dell'amore un problema che, invece, originava altrove.

Certo, a volte si arriva troppo tardi, e niente e nessuno può ritrovare il capo di un filo così malamente aggrovigliato in cui l'amore è rimasto imprigionato fino a soffocare. Ma, se la coppia, con buona lungimiranza, riesce a farsi aiutare in tempo, allora tanto si può (e forse si deve) davvero fare.



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Amore in Mediato: il libro

 "Amore in mediato"- store FeltrinelliIntervista a Massimo Silvano Galli in occasione dell'uscita del suo nuovo libro acquistalo nello Store Feltrinelli  o in formato E-book su Amazon.


* * *

"Ci innamoriamo di un punto lungo la lontana linea dell'orizzonte, qualcosa che luccica ed è come-me ma non-è-me e, per questo, mi attrae: perché mi somiglia, ma mai fino al punto da essere coincidente. Poi la lontananza si affievolisce, il punto luminoso si increspa di ombre: ci si avvicina, ci si conosce, si diventa intimi, a volte tanto intimi da non essere più capaci di giocare a quel meraviglioso gioco che un tempo era il ri-conoscersi, il conoscersi ogni giorno nuovamente. Si diventa scontati e si sconta il prezzo, altissimo, di non aver imparato a giocare al gioco dell'amore...".

Un viaggio nei territori dell'amore, attraverso le sue crisi e i suoi rimedi. Un volo panoramico tra esercizi e riflessioni per non separarsi prematuramente imparando a giocare al Gioco dell'Amore...

E' il nuovo libro di Massimo Silvano Galli, terapeuta e love trainer che ha dedicato buona parte dell'ultimo decennio agli studi e ai rimedi sulle "cose dell'Amore", ideando numerose tecniche, strategie, strumenti, dispositivi operando con coppie e famiglie in situazione di crisi, per una casistica che ormai supera le migliaia. 

Intervistatore: "Da dove nasce questo nuovo libro?"

M.S.Galli: "Con 'Amore in Mediato' ho voluto dare continuità alle riflessioni e alle esperienze in parte raccolte in un libro di qualche anno fa: "L'Amore alla Fine dell'Amore" (Firera & Liuzzo Publisching, 2012), dove affrontavo il tema delle crisi d'amore che portano alla separazione e al divorzio e alla possibilità che queste siano gestite attraverso un percorso di mediazione familiare che non neghi l'utopia che un nuovo amore, un amore diverso, possa sorgere dalle ceneri del precedente, non per qualche beghina ideologia antidivorzista, ma affinché, scegliendo la strada del farsi del bene anziché quella del farsi del male, ogni soggetto coinvolto nel percorso di separazione possa aspirare al pieno e copioso accesso ad un benessere che veda presente e futuro come risorsa generativa e non come pretesto distruttivo, per sé e, soprattutto, per gli eventuali figli coinvolti.".

Int.: "Ma in questo nuovo lavoro non si parla di come affrontare la separazione, ma di come evitarla, o sbaglio?".

M.S.G.: "E' proprio così. L'esperienza clinica mi vede il più delle volte affrontare situazioni di  coppie confuse, in cui il pensiero delle separazione, per quanto presente, è uno tra i tanti, ma la cui volontà di fondo è, anzitutto, cercare di capire se il loro amore scheggiato, a volte davvero mal ridotto, si può riparare. Questo libro riassume queste esperienze e fornisce alcune importanti indicazioni non solo per riparare la crisi, ma anche per non giungervi.".

Int.: "Ma si può riparare un amore scheggiato o, come dice lei: mal ridotto?".

M.S.G.: "Credo sia proprio questo il punto nodale: L'esperienza mi dice che non solo si può, ma -anzitutto- si deve. E non perché sia contrario a divorzi o separazioni. Da qualche parte nel libro scrivo che, per quel che mi riguarda, ci si può separare al ritmo di un divorzio a settimana. Il problema non è, dunque, la valutazione morale delle separazioni, ma la loro sempre più frequente inopportunità. Le coppie che giungono nel mio studio vivono, magari da anni, una crisi che non ha a che fare con l'amore, ma con la loro perduta capacità di amare. Durante il lavoro in studio si osserva, dunque, spesso un errore di valutazione in cui le coppie credono finito un amore che, invece, va solo riparato.".

Int.: "Cosa significa: che non si smette di amare, ma si smette si essere capaci di amarsi?".

M.S.G.:  "Non per tutti, ovvio. L'amore è materia deperibile e anch'esso finisce, se non conservato con cura. Ma, spesso, sì: questa incapacità di conservarlo e di prendersene cura, è all'origine della sua crisi, soprattutto in questa nostra strana epoca dove l'amore è da più parti minacciato.".

Intervistatore; "Cosa intende con minacciato?".

M.S.G.:  "In questi anni di intervento sul campo ho potuto appurare una veloce e inesorabile trasformazione delle relazioni di coppia e delle crisi in cui incappano, un cambiamento culturale che ha mutato la classica affermazione: "Non ti amo più", che anticipava lo scioglimento delle relazione, nella nuova e confusa posizione del: "Non so più come amare". Confusione che sottende una condizione di crisi che sta a monte della crisi di coppia specifica, che riguarda convinzioni e modelli culturali cui la coppia partecipa minando la sua stabilità e che, se presi in anticipo, se osservati e curati preventivamente, spesso si può evitare che la crisi divenga definitiva.".

Int.: "Il suo libro ci può dunque insegnare come non smettere di amarsi?". .

M.S.G.: "Direi di sì; sicuramente ci può aiutare ad evitare tutti quegli errori che aumentano esponenzialmente la possibilità di fare emergere la crisi in questo contesto epocale che, a mio avviso, può davvero dirsi “dell'amore alla fine dell'amore”, denunciando cioè come l'amore, almeno per come lo conosciamo e pratichiamo, è arrivato al suo capolinea e necessita quindi di una riconfigurazione che ci aiuti meglio a comprendere cosa è diventato e come poterne adeguatamente fruire, senza rischiare che imploda o esploda.".

Int.: "E in tutto questo il gioco sembra essere una variabile determinante, come ci indica nel sottotitolo: giocare all'amore fa bene all'amore?". 

M.S.G.:  "Assolutamente sì. Per quanto ne sappiamo, siamo gli unici animali che hanno inventato un cosi sofisticato gioco per giungere a ciò che la natura vuole: la sopravvivenza delle specie -tanto che il gioco prevede, addirittura, di essere giocato senza accoppiarsi o senza prolificare. Questo gioco magnifico, attraversato da infinite variabili, ci invita, oggi più che mai, ad evadere dalla spontanea naturalezza con cui finora l'abbiamo vissuto, per accedere a quell'artificialità tipica del gioco in cui è fondamentale conoscerne le regole, le opzioni e gli imprevisti. Questo libro è il risultato di questi anni di lavoro in cui, alle riflessioni maturate, si affiancano indicazioni di merito e veri e propri "home work" per imparare a giocare al gioco dell'amore.".


* * *

Il nuovo libro di Massimo Silvano Galli è disponibile in tutte le Librerie Feltrinelli, oppure lo puoi acquistare su internet: nello Store Feltrinelli (clicca quio, per chi desiderasse il libro in formato E-book, lo trova su Amazon (clicca qui).


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"Ci innamoriamo di un punto lungo la lontana linea dell'orizzonte, qualcosa che luccica ed è come-me ma non-è-me e, per questo, mi attrae: perché mi somiglia, ma mai fino al punto da essere coincidente. Poi la lontananza si affievolisce, il punto luminoso si increspa di ombre: ci si avvicina, ci si conosce, si diventa intimi, a volte tanto intimi da non essere più capaci di giocare a quel meraviglioso gioco che un tempo era il ri-conoscersi, il conoscersi ogni giorno nuovamente. Si diventa scontati e si sconta il prezzo, altissimo, di non aver imparato a giocare al gioco dell'amore...".

Un viaggio nei territori dell'amore, attraverso le sue crisi e i suoi rimedi. Un volo panoramico tra esercizi e riflessioni per non separarsi prematuramente imparando a giocare al Gioco dell'Amore...

E' il nuovo libro di Massimo Silvano Galli, terapeuta e love trainer che ha dedicato buona parte dell'ultimo decennio agli studi e ai rimedi sulle "cose dell'Amore", ideando numerose tecniche, strategie, strumenti, dispositivi operando con coppie e famiglie in situazione di crisi, per una casistica che ormai supera le migliaia. 

Intervistatore: "Da dove nasce questo nuovo libro?"

M.S.Galli: "Con 'Amore in Mediato' ho voluto dare continuità alle riflessioni e alle esperienze in parte raccolte in un libro di qualche anno fa: "L'Amore alla Fine dell'Amore" (Firera & Liuzzo Publisching, 2012), dove affrontavo il tema delle crisi d'amore che portano alla separazione e al divorzio e alla possibilità che queste siano gestite attraverso un percorso di mediazione familiare che non neghi l'utopia che un nuovo amore, un amore diverso, possa sorgere dalle ceneri del precedente, non per qualche beghina ideologia antidivorzista, ma affinché, scegliendo la strada del farsi del bene anziché quella del farsi del male, ogni soggetto coinvolto nel percorso di separazione possa aspirare al pieno e copioso accesso ad un benessere che veda presente e futuro come risorsa generativa e non come pretesto distruttivo, per sé e, soprattutto, per gli eventuali figli coinvolti.".

Int.: "Ma in questo nuovo lavoro non si parla di come affrontare la separazione, ma di come evitarla, o sbaglio?".

M.S.G.: "E' proprio così. L'esperienza clinica mi vede il più delle volte affrontare situazioni di  coppie confuse, in cui il pensiero delle separazione, per quanto presente, è uno tra i tanti, ma la cui volontà di fondo è, anzitutto, cercare di capire se il loro amore scheggiato, a volte davvero mal ridotto, si può riparare. Questo libro riassume queste esperienze e fornisce alcune importanti indicazioni non solo per riparare la crisi, ma anche per non giungervi.".

Int.: "Ma si può riparare un amore scheggiato o, come dice lei: mal ridotto?".

M.S.G.: "Credo sia proprio questo il punto nodale: L'esperienza mi dice che non solo si può, ma -anzitutto- si deve. E non perché sia contrario a divorzi o separazioni. Da qualche parte nel libro scrivo che, per quel che mi riguarda, ci si può separare al ritmo di un divorzio a settimana. Il problema non è, dunque, la valutazione morale delle separazioni, ma la loro sempre più frequente inopportunità. Le coppie che giungono nel mio studio vivono, magari da anni, una crisi che non ha a che fare con l'amore, ma con la loro perduta capacità di amare. Durante il lavoro in studio si osserva, dunque, spesso un errore di valutazione in cui le coppie credono finito un amore che, invece, va solo riparato.".

Int.: "Cosa significa: che non si smette di amare, ma si smette si essere capaci di amarsi?".

M.S.G.:  "Non per tutti, ovvio. L'amore è materia deperibile e anch'esso finisce, se non conservato con cura. Ma, spesso, sì: questa incapacità di conservarlo e di prendersene cura, è all'origine della sua crisi, soprattutto in questa nostra strana epoca dove l'amore è da più parti minacciato.".

Intervistatore; "Cosa intende con minacciato?".

M.S.G.:  "In questi anni di intervento sul campo ho potuto appurare una veloce e inesorabile trasformazione delle relazioni di coppia e delle crisi in cui incappano, un cambiamento culturale che ha mutato la classica affermazione: "Non ti amo più", che anticipava lo scioglimento delle relazione, nella nuova e confusa posizione del: "Non so più come amare". Confusione che sottende una condizione di crisi che sta a monte della crisi di coppia specifica, che riguarda convinzioni e modelli culturali cui la coppia partecipa minando la sua stabilità e che, se presi in anticipo, se osservati e curati preventivamente, spesso si può evitare che la crisi divenga definitiva.".

Int.: "Il suo libro ci può dunque insegnare come non smettere di amarsi?". .

M.S.G.: "Direi di sì; sicuramente ci può aiutare ad evitare tutti quegli errori che aumentano esponenzialmente la possibilità di fare emergere la crisi in questo contesto epocale che, a mio avviso, può davvero dirsi “dell'amore alla fine dell'amore”, denunciando cioè come l'amore, almeno per come lo conosciamo e pratichiamo, è arrivato al suo capolinea e necessita quindi di una riconfigurazione che ci aiuti meglio a comprendere cosa è diventato e come poterne adeguatamente fruire, senza rischiare che imploda o esploda.".

Int.: "E in tutto questo il gioco sembra essere una variabile determinante, come ci indica nel sottotitolo: giocare all'amore fa bene all'amore?". 

M.S.G.:  "Assolutamente sì. Per quanto ne sappiamo, siamo gli unici animali che hanno inventato un cosi sofisticato gioco per giungere a ciò che la natura vuole: la sopravvivenza delle specie -tanto che il gioco prevede, addirittura, di essere giocato senza accoppiarsi o senza prolificare. Questo gioco magnifico, attraversato da infinite variabili, ci invita, oggi più che mai, ad evadere dalla spontanea naturalezza con cui finora l'abbiamo vissuto, per accedere a quell'artificialità tipica del gioco in cui è fondamentale conoscerne le regole, le opzioni e gli imprevisti. Questo libro è il risultato di questi anni di lavoro in cui, alle riflessioni maturate, si affiancano indicazioni di merito e veri e propri "home work" per imparare a giocare al gioco dell'amore.".


* * *

Il nuovo libro di Massimo Silvano Galli è disponibile in tutte le Librerie Feltrinelli, oppure lo puoi acquistare su internet: nello Store Feltrinelli (clicca quio, per chi desiderasse il libro in formato E-book, lo trova su Amazon (clicca qui).


Insieme a te non ci sto più

Ci sono materiali delle cosiddetta cultura popolare (mai capirò perché l'aggiunta di questo aggettivo qualificativo richiami -ai più- una sorta di sottrazione al concetto falsamente più alto di "cultura"), che  a volte valgono quanto una seduta da un buon terapeuta o la lettura di un buon saggio.

È il caso della bella canzone dal cui testo prende il titolo questo post e il mio blog stesso, scritta da Paolo Conte e Vito Pallavicini e portata al successo da Caterina Caselli nel 1968.


AMORE IN MEDIATO"Insieme a te non ci sto più / guardo le nuvole lassù... / Cercavo in te: la tenerezza che non ho, / la comprensione che non so / trovare in questo mondo stupido. / Quella persona non sei più, / quella persona non sei tu. / Finisce qua... /  Chi se ne va che male fa.  /  Io trascino negli occhi / dei torrenti d'acqua chiara / dove io berrò... / Io cerco boschi per me e vallate col sole più caldo di te. / Insieme a te non ci sto più / guardo le nuvole lassù... / E quando andrò, / devi sorridermi se puoi / non sarà facile ma sai / si muore un po' per poter vivere. / Arrivederci amore ciao, / le nubi sono già più in la. / Finisce qua, / chi se ne va che male fa... "

Una canzone delicata e poetica dove si respira tutto il dolore e la delusione della separazione ("Cercavo in te: la tenerezza che non ho, / la comprensione che non so / trovare in questo mondo stupido"), il senso di sconfitta ("Quella persona non sei più, / quella persona non sei tu"), ma anche, e ugualmente, la speranza di felicità e quello sguardo al futuro che -appunto- dovrebbe caratterizzare ogni sano e civile percorso dell'amore alla fine dell'amore ("Io trascino negli occhi / dei torrenti d'acqua chiara / dove io berrò... / Io cerco boschi per me e vallate col sole più caldo di te"). 


E, se non bastasse, così come dovrebbe concludersi ogni storia d'amore, ecco che l'uomo o la donna (straordinaria abilità dell'autore nel lasciare neutro il protagonista) di questa piccola e quotidiana avventura del cuore alla fine del suo palpitare, lasciano la scena con un suggerimento che tutti gli uomini e le donne che si trovano a gestire questi dolorosi momenti della vita, dovrebbero mandare a memoria come un mantra di consapevolezza: "E quando andrò, / devi sorridermi se puoi / non sarà facile ma sai / si muore un po' per poter vivere.". E' alla forza di questi materiali che raccontano tanto di più dell'animo umano quando si incaglia nei fondali dell'amore alla fine dell'amore, che spesso riusciamo ad aggrapparci per capire chi siamo o casa accade nel nostro profondo. Per questo motivo, nei miei corsi mi piace condividere questi sorprendenti strumenti evocativi, così come, in appendice al mio libro del 2012  ("L'Amore alla Fine dell'Amore", come nel recentissimo "Amore in Mediato" (2016), ho raccolto una copiosa serie di film, canzoni, testi di narrativa e poesia, opere d'arte a mio avviso fondamentali per nutrire l'animo di ogni amore chiamato a gestire ogni sua faticosa fine e ogni suo esaltante inizio. 
Ci sono materiali delle cosiddetta cultura popolare (mai capirò perché l'aggiunta di questo aggettivo qualificativo richiami -ai più- una sorta di sottrazione al concetto falsamente più alto di "cultura"), che  a volte valgono quanto una seduta da un buon terapeuta o la lettura di un buon saggio.

È il caso della bella canzone dal cui testo prende il titolo questo post e il mio blog stesso, scritta da Paolo Conte e Vito Pallavicini e portata al successo da Caterina Caselli nel 1968.


AMORE IN MEDIATO"Insieme a te non ci sto più / guardo le nuvole lassù... / Cercavo in te: la tenerezza che non ho, / la comprensione che non so / trovare in questo mondo stupido. / Quella persona non sei più, / quella persona non sei tu. / Finisce qua... /  Chi se ne va che male fa.  /  Io trascino negli occhi / dei torrenti d'acqua chiara / dove io berrò... / Io cerco boschi per me e vallate col sole più caldo di te. / Insieme a te non ci sto più / guardo le nuvole lassù... / E quando andrò, / devi sorridermi se puoi / non sarà facile ma sai / si muore un po' per poter vivere. / Arrivederci amore ciao, / le nubi sono già più in la. / Finisce qua, / chi se ne va che male fa... "

Una canzone delicata e poetica dove si respira tutto il dolore e la delusione della separazione ("Cercavo in te: la tenerezza che non ho, / la comprensione che non so / trovare in questo mondo stupido"), il senso di sconfitta ("Quella persona non sei più, / quella persona non sei tu"), ma anche, e ugualmente, la speranza di felicità e quello sguardo al futuro che -appunto- dovrebbe caratterizzare ogni sano e civile percorso dell'amore alla fine dell'amore ("Io trascino negli occhi / dei torrenti d'acqua chiara / dove io berrò... / Io cerco boschi per me e vallate col sole più caldo di te"). 


E, se non bastasse, così come dovrebbe concludersi ogni storia d'amore, ecco che l'uomo o la donna (straordinaria abilità dell'autore nel lasciare neutro il protagonista) di questa piccola e quotidiana avventura del cuore alla fine del suo palpitare, lasciano la scena con un suggerimento che tutti gli uomini e le donne che si trovano a gestire questi dolorosi momenti della vita, dovrebbero mandare a memoria come un mantra di consapevolezza: "E quando andrò, / devi sorridermi se puoi / non sarà facile ma sai / si muore un po' per poter vivere.". E' alla forza di questi materiali che raccontano tanto di più dell'animo umano quando si incaglia nei fondali dell'amore alla fine dell'amore, che spesso riusciamo ad aggrapparci per capire chi siamo o casa accade nel nostro profondo. Per questo motivo, nei miei corsi mi piace condividere questi sorprendenti strumenti evocativi, così come, in appendice al mio libro del 2012  ("L'Amore alla Fine dell'Amore", come nel recentissimo "Amore in Mediato" (2016), ho raccolto una copiosa serie di film, canzoni, testi di narrativa e poesia, opere d'arte a mio avviso fondamentali per nutrire l'animo di ogni amore chiamato a gestire ogni sua faticosa fine e ogni suo esaltante inizio. 

Buone Feste... e un Regalo per Te

"Cos'altro ci serve per comprendere che siamo tutti perduti su questo pianeta? Per capire che altro non ci resta che amarci?"
Edgar Morin

° ° °

In prossimità del Natale, ormai da diverso tempo, realizzo una piccola operetta, una sorta di presepio contemporaneo rivisitato in chiave pittorica -come quello che compare in copertina, con cui inauguravo l’inizio di questo nuovo millennio. 

Per la prima volta il presepio di questo Natale è, invece, di sole parole. Parole per raccontare un grande amore, come quello tra Giuseppe e Maria che dà il titolo alla raccolta, e parole per narrare altre cinque piccole storie di un amore forse meno altisonante, ma non meno degno di essere narrato.

ISBN:978-1-326-48596-2Pagine:40




"Cos'altro ci serve per comprendere che siamo tutti perduti su questo pianeta? Per capire che altro non ci resta che amarci?"
Edgar Morin

° ° °

In prossimità del Natale, ormai da diverso tempo, realizzo una piccola operetta, una sorta di presepio contemporaneo rivisitato in chiave pittorica -come quello che compare in copertina, con cui inauguravo l’inizio di questo nuovo millennio. 

Per la prima volta il presepio di questo Natale è, invece, di sole parole. Parole per raccontare un grande amore, come quello tra Giuseppe e Maria che dà il titolo alla raccolta, e parole per narrare altre cinque piccole storie di un amore forse meno altisonante, ma non meno degno di essere narrato.

ISBN:978-1-326-48596-2Pagine:40




Innamorarsi tutti i giorni

Qualche giorno fa, ho avuto il piacere di capitare in una di quelle uscite con amici di vecchia data che, scomparsi dai radar delle frequentazioni, "a volte ritornano" con tutto il loro carico di rimembranze e riflessioni a me sempre foriere di piacevoli ruminamenti

Tra le varie chiacchiere sui bei tempi andati, un'amica mi ha fatto riflettere interrogandoci sulla possibilità di vivere appieno senza cadere nei possibili pasticci dell'innamoramento.

Mi ha fatto pensare perché è domanda che, sotto varie fogge, spessissimo emerge durante il lavoro clinico in studio e che possiamo così tradurre: "Come faccio a non soffrire?".

Quesito da un milione di dollari e solo apparentemente banale, perché se è vero che ogni creatura vivente tende a fuggire dalla sofferenza e a ricercare il piacere, in quel particolare e unico animale che è l'homo sapiens, la cosa si manifesta in modo anomalo e degno di speculazione.

In primo luogo mi viene da dire che, non a caso, la gran parte delle volte la richiesta a non soffrire ha al centro (come per l'amica di cui sopra) il tema dell'amore. Uomini e donne che sono stati in qualche modo lacerati, una o più volte, da sentimenti non corrisposti o non più corrisposti e chiedono una ricetta per far sì che la ferita non solo si rimargini, ma non abbia più a presentarsi.

L'uomo, infatti, è l'unico animale che si innamora o, meglio, il cui rituale per giungere all'accoppiamento si è così strutturato e complicato da coinvolgere l'intero suo essere ben al di là della necessità dell'accoppiamento stesso. Gli altri animali inoltre, per quanto ne sappiamo, non soffrono per amore, ma forse anche per questo non hanno mai scritto una poesia, composto un brano musicale, dipinto un quadro o cose del genere.

A pensarci bene, la produzione di quella cosa che chiamiamo arte, cultura viene prima stimolata e poi si concreta, per almeno un novanta per cento, proprio sotto la spinta degli effluvi amorosi.

Manuel Vázquez Montalbán, così riassume questa specificità umana: "Un uomo guarda una donna e la donna dice sì o no. Tutto il resto è cultura.".

Ecco, quella cultura che fa tutto il resto è il vero contenitore dell'umanità, ciò che ci ha differenziato, nel bene e nel male, dal mondo strettamente animale. Rinunciarci, anche solo per evitare la possibilità della sofferenza, significa, in qualche modo, venire meno al nostro essere uomini e forse venir meno anche alla stessa felicità. il cui composto magico non è che il risultato di una mescola in cui la sofferenza è presente in buone dosi.

Ovviamente tutto questo non significa né rassegnarsi né, tantomeno, cercare la sofferenza (masochisti esclusi, of course). Significa, bensì, imparare a pensare che non c'è notte senza giorno, che il buio è ciò che rende la luce più splendente e che certi afosi giorni d'estate fanno tanto più agognare la frescura della notte.

La felicità e, soprattutto, la felicità che evapora dai pori dell'amore è, insomma, un amalgama che si alimenta anche per e nella sofferenza, ed è proprio perché un'amore finisce che un altro può vivere la magia di cominciare.

Il trucco consta, come spesso suggerisco alle persone che cerco di accompagnare fuori dal tunnel di questo dolore, nel non perdere mai l'occasione dell'amore, che non significa esclusivamente centrasi sull'uomo o la donna della mia vita (non solo); significa -bensì- lanciare ogni giorno il proprio cuore oltre ogni ostacolo della cautela, abbandonarsi ogni giorno a questo superpotere esclusivamente umano e... certo amare colui o colei che ci sta a fianco in questo tratto di viaggio, ma anche innamorarsi della voce dell'uomo o della donna che ci siede accanto sul bus, della gentilezza di un collega, dello sguardo sconosciuto che ci incrocia per strada... perché, come suggerisce una bella canzone di Jovanotti: "Ci vuole pioggia / vento / e sangue nelle vene / e una ragione per vivere / per sollevare le palpebre / e non restare a compiangermi / e innamorarmi ogni giorno ogni ora ogni giorno ogni ora di più..." facendo del nostro potere d'amare quella costante spinta a creare che è esclusa agli altri viventi e in cui solo risiede la felicità.


Qualche giorno fa, ho avuto il piacere di capitare in una di quelle uscite con amici di vecchia data che, scomparsi dai radar delle frequentazioni, "a volte ritornano" con tutto il loro carico di rimembranze e riflessioni a me sempre foriere di piacevoli ruminamenti

Tra le varie chiacchiere sui bei tempi andati, un'amica mi ha fatto riflettere interrogandoci sulla possibilità di vivere appieno senza cadere nei possibili pasticci dell'innamoramento.

Mi ha fatto pensare perché è domanda che, sotto varie fogge, spessissimo emerge durante il lavoro clinico in studio e che possiamo così tradurre: "Come faccio a non soffrire?".

Quesito da un milione di dollari e solo apparentemente banale, perché se è vero che ogni creatura vivente tende a fuggire dalla sofferenza e a ricercare il piacere, in quel particolare e unico animale che è l'homo sapiens, la cosa si manifesta in modo anomalo e degno di speculazione.

In primo luogo mi viene da dire che, non a caso, la gran parte delle volte la richiesta a non soffrire ha al centro (come per l'amica di cui sopra) il tema dell'amore. Uomini e donne che sono stati in qualche modo lacerati, una o più volte, da sentimenti non corrisposti o non più corrisposti e chiedono una ricetta per far sì che la ferita non solo si rimargini, ma non abbia più a presentarsi.

L'uomo, infatti, è l'unico animale che si innamora o, meglio, il cui rituale per giungere all'accoppiamento si è così strutturato e complicato da coinvolgere l'intero suo essere ben al di là della necessità dell'accoppiamento stesso. Gli altri animali inoltre, per quanto ne sappiamo, non soffrono per amore, ma forse anche per questo non hanno mai scritto una poesia, composto un brano musicale, dipinto un quadro o cose del genere.

A pensarci bene, la produzione di quella cosa che chiamiamo arte, cultura viene prima stimolata e poi si concreta, per almeno un novanta per cento, proprio sotto la spinta degli effluvi amorosi.

Manuel Vázquez Montalbán, così riassume questa specificità umana: "Un uomo guarda una donna e la donna dice sì o no. Tutto il resto è cultura.".

Ecco, quella cultura che fa tutto il resto è il vero contenitore dell'umanità, ciò che ci ha differenziato, nel bene e nel male, dal mondo strettamente animale. Rinunciarci, anche solo per evitare la possibilità della sofferenza, significa, in qualche modo, venire meno al nostro essere uomini e forse venir meno anche alla stessa felicità. il cui composto magico non è che il risultato di una mescola in cui la sofferenza è presente in buone dosi.

Ovviamente tutto questo non significa né rassegnarsi né, tantomeno, cercare la sofferenza (masochisti esclusi, of course). Significa, bensì, imparare a pensare che non c'è notte senza giorno, che il buio è ciò che rende la luce più splendente e che certi afosi giorni d'estate fanno tanto più agognare la frescura della notte.

La felicità e, soprattutto, la felicità che evapora dai pori dell'amore è, insomma, un amalgama che si alimenta anche per e nella sofferenza, ed è proprio perché un'amore finisce che un altro può vivere la magia di cominciare.

Il trucco consta, come spesso suggerisco alle persone che cerco di accompagnare fuori dal tunnel di questo dolore, nel non perdere mai l'occasione dell'amore, che non significa esclusivamente centrasi sull'uomo o la donna della mia vita (non solo); significa -bensì- lanciare ogni giorno il proprio cuore oltre ogni ostacolo della cautela, abbandonarsi ogni giorno a questo superpotere esclusivamente umano e... certo amare colui o colei che ci sta a fianco in questo tratto di viaggio, ma anche innamorarsi della voce dell'uomo o della donna che ci siede accanto sul bus, della gentilezza di un collega, dello sguardo sconosciuto che ci incrocia per strada... perché, come suggerisce una bella canzone di Jovanotti: "Ci vuole pioggia / vento / e sangue nelle vene / e una ragione per vivere / per sollevare le palpebre / e non restare a compiangermi / e innamorarmi ogni giorno ogni ora ogni giorno ogni ora di più..." facendo del nostro potere d'amare quella costante spinta a creare che è esclusa agli altri viventi e in cui solo risiede la felicità.


Mediazione familiare: "Sapendo di non sapere"

Di fronte a una diatriba apparentemente irrisolvibile, due commercianti si recano dal loro rabbino, un uomo tanto sapiente quanto saggio. Il rabbino riceve il primo commerciante che, con dovizia di particolari, racconta la sua versione dei fatti. Dopo averlo ascoltato con attenzione, il rabbino sentenzia: "Certo, tu hai ragione". Ciononostante, il secondo commerciante insiste per essere a sua volta ascoltato. Anch'egli racconta la sua versione dei fatti e, dopo averlo ascoltato, il rabbino gli dice: "Certo, tu hai ragione". Congedati i commercianti, la moglie del rabbino, che aveva ascoltato tutto, gli dice: "Ma scusa, non è possibile che abbiano ragione entrambi". Il rabbino la osserva e conclude: "Certo, hai ragione anche tu".

Questa storia restituisce, a nostro avviso più di tanti e copiosi manuali, la postura mentale che dovrebbe sorreggere l'agire di ogni mediatore. Ne emerge, infatti, con forza, il suo carattere fondante, che non è quello di cercare la verità o di distinguere la ragione dal torto, ma di estraniarsi, lui per primo, dall'insensato affannarsi di questa ricerca, segnando per davvero una profonda frattura con qualsivoglia sistema dal sentore giuridico.

È, infatti, solo...

Continua a leggere su "Il Sole 24 Ore", Diritto 24, l'Osservatorio sulla Mediazione Familiare di Massimo  Silvano Galli e Teresa Laviola: http://www.diritto24.ilsole24ore.com/art/dirittoCivile/famiglia/2015-05-11/mediazione-famigliare-sapendo-non-sapere-101557.php
Di fronte a una diatriba apparentemente irrisolvibile, due commercianti si recano dal loro rabbino, un uomo tanto sapiente quanto saggio. Il rabbino riceve il primo commerciante che, con dovizia di particolari, racconta la sua versione dei fatti. Dopo averlo ascoltato con attenzione, il rabbino sentenzia: "Certo, tu hai ragione". Ciononostante, il secondo commerciante insiste per essere a sua volta ascoltato. Anch'egli racconta la sua versione dei fatti e, dopo averlo ascoltato, il rabbino gli dice: "Certo, tu hai ragione". Congedati i commercianti, la moglie del rabbino, che aveva ascoltato tutto, gli dice: "Ma scusa, non è possibile che abbiano ragione entrambi". Il rabbino la osserva e conclude: "Certo, hai ragione anche tu".

Questa storia restituisce, a nostro avviso più di tanti e copiosi manuali, la postura mentale che dovrebbe sorreggere l'agire di ogni mediatore. Ne emerge, infatti, con forza, il suo carattere fondante, che non è quello di cercare la verità o di distinguere la ragione dal torto, ma di estraniarsi, lui per primo, dall'insensato affannarsi di questa ricerca, segnando per davvero una profonda frattura con qualsivoglia sistema dal sentore giuridico.

È, infatti, solo...

Continua a leggere su "Il Sole 24 Ore", Diritto 24, l'Osservatorio sulla Mediazione Familiare di Massimo  Silvano Galli e Teresa Laviola: http://www.diritto24.ilsole24ore.com/art/dirittoCivile/famiglia/2015-05-11/mediazione-famigliare-sapendo-non-sapere-101557.php

Mediazione famigliare: "Confusi alla meta"

La crisi che la coppia porta nel setting della mediazione famigliare è sempre carica di molteplici istanze, non sempre esplicite e non esclusivamente circoscrivibili entro l'obiettivo della separazione o del divorzio né, men che meno, consapevolmente mosse dalla necessità di superare costruttivamente il conflitto o di aprire una nuova comunicazione capace di riconfigurare una relazione che ha perduto la gran parte delle risorse e delle energie propositive, comprese, quindi, quelle energie in grado di individuare, davanti ad un ostacolo, alternative e benefiche vie per superarlo (M.S: Galli, "L'amore alla fine dell'amore").

Infatti, come cercheremo di spiegare in questo nuovo articolo scritto con Stella Morana, quando si cercano di individuare le emozioni che le persone vivono nelle relazioni umane, diviene assai difficile trovare delle categorie definite, tutto è molto sfumato e indefinito, a maggior ragione per quella complessa relazione che è l'amore di coppia.

Le emozioni che provano due coniugi in procinto di separarsi si fondono e si miscelano tra loro. Non possiamo più chiamarle con un solo nome poiché, incontrandosi e scontrandosi, si trasformano in altro. Il tradimento, ad esempio, non porta con sé solo rabbia, ma anche delusione, senso di smarrimento e di fallimento, apprensione per il futuro, paura, orgoglio ferito, amore e nostalgia di una complicità ormai perduta. Così come, a volte, si può amare profondamente una persona e, allo stesso tempo, sentirci irritati dalle sue azioni o dalle sue parole, tanto da allontanarla da noi.

Questi sentimenti, queste emozioni complesse e, a volte, contraddittorie che si intrecciano e si accavallano una sopra e sotto l'altra, si amplificano chiaramente a dismisura quando la crisi entra a piè pari nelle dinamiche di coppia e le travolge.

Ce ne regala un mirabile esempio Laura Dave quando nel suo libro: "Festa di divorzio" (2010, Mondadori), narra le vicende di una coppia, Gwyn e Thomas, che dopo trentacinque anni di matrimonio, decidono di organizzare una festa, per annunciare -appunto- la loro prossima separazione. Nonostante siano coscienti della propria scelta, tanto da volerla celebrare, gli ormai ex coniugi, in alcuni momenti, rimangono storditi per i sentimenti (diversi dall'odio) che provano per l’altro.

“…Thomas ride. Gwyn cerca di non ridere. Si morde l’interno del labbro e cerca di non ridere. È questa la parte dolorosa. L’amore non ti lascia, non tutto a un tratto. Ritorna insinuandosi dentro di te, facendoti pensare che ci può ancora essere un altro modo e tu devi costringerti a ricordare tutte le ragioni per cui probabilmente un altro modo non c’è. […] e avevano dovuto fermarsi perché stavano ridendo troppo. Era come se non riuscissero più a comunicare, ma era stato divertente.”.

Sarà compito del mediatore familiare, come una sorta di Mary Poppins dei sentimenti, aiutare gli ex coniugi a riportare un po’ di ordine nella loro confusione affettiva, al fine di fare scelte consapevoli e giuste per il loro nucleo familiare. Egli li sostiene proprio cercando di diradare la nebbia che lo avvolge, affinché ognuno comprenda (prenda dentro di sé) i sentimenti dell'Altro, non per immiserirli, non per attaccarli, ma per lasciarli risuonare e sentire che un "amore diverso" è possibile, un amore che, di nuovo insieme o separati, sappia ricostruire quelle emozioni positive e costruttive che che regnano quando la vita attraversa i territori del benessere.

La crisi che la coppia porta nel setting della mediazione famigliare è sempre carica di molteplici istanze, non sempre esplicite e non esclusivamente circoscrivibili entro l'obiettivo della separazione o del divorzio né, men che meno, consapevolmente mosse dalla necessità di superare costruttivamente il conflitto o di aprire una nuova comunicazione capace di riconfigurare una relazione che ha perduto la gran parte delle risorse e delle energie propositive, comprese, quindi, quelle energie in grado di individuare, davanti ad un ostacolo, alternative e benefiche vie per superarlo (M.S: Galli, "L'amore alla fine dell'amore").

Infatti, come cercheremo di spiegare in questo nuovo articolo scritto con Stella Morana, quando si cercano di individuare le emozioni che le persone vivono nelle relazioni umane, diviene assai difficile trovare delle categorie definite, tutto è molto sfumato e indefinito, a maggior ragione per quella complessa relazione che è l'amore di coppia.

Le emozioni che provano due coniugi in procinto di separarsi si fondono e si miscelano tra loro. Non possiamo più chiamarle con un solo nome poiché, incontrandosi e scontrandosi, si trasformano in altro. Il tradimento, ad esempio, non porta con sé solo rabbia, ma anche delusione, senso di smarrimento e di fallimento, apprensione per il futuro, paura, orgoglio ferito, amore e nostalgia di una complicità ormai perduta. Così come, a volte, si può amare profondamente una persona e, allo stesso tempo, sentirci irritati dalle sue azioni o dalle sue parole, tanto da allontanarla da noi.

Questi sentimenti, queste emozioni complesse e, a volte, contraddittorie che si intrecciano e si accavallano una sopra e sotto l'altra, si amplificano chiaramente a dismisura quando la crisi entra a piè pari nelle dinamiche di coppia e le travolge.

Ce ne regala un mirabile esempio Laura Dave quando nel suo libro: "Festa di divorzio" (2010, Mondadori), narra le vicende di una coppia, Gwyn e Thomas, che dopo trentacinque anni di matrimonio, decidono di organizzare una festa, per annunciare -appunto- la loro prossima separazione. Nonostante siano coscienti della propria scelta, tanto da volerla celebrare, gli ormai ex coniugi, in alcuni momenti, rimangono storditi per i sentimenti (diversi dall'odio) che provano per l’altro.

“…Thomas ride. Gwyn cerca di non ridere. Si morde l’interno del labbro e cerca di non ridere. È questa la parte dolorosa. L’amore non ti lascia, non tutto a un tratto. Ritorna insinuandosi dentro di te, facendoti pensare che ci può ancora essere un altro modo e tu devi costringerti a ricordare tutte le ragioni per cui probabilmente un altro modo non c’è. […] e avevano dovuto fermarsi perché stavano ridendo troppo. Era come se non riuscissero più a comunicare, ma era stato divertente.”.

Sarà compito del mediatore familiare, come una sorta di Mary Poppins dei sentimenti, aiutare gli ex coniugi a riportare un po’ di ordine nella loro confusione affettiva, al fine di fare scelte consapevoli e giuste per il loro nucleo familiare. Egli li sostiene proprio cercando di diradare la nebbia che lo avvolge, affinché ognuno comprenda (prenda dentro di sé) i sentimenti dell'Altro, non per immiserirli, non per attaccarli, ma per lasciarli risuonare e sentire che un "amore diverso" è possibile, un amore che, di nuovo insieme o separati, sappia ricostruire quelle emozioni positive e costruttive che che regnano quando la vita attraversa i territori del benessere.

Separarsi insieme ai figli

Uno dei quesiti più frequenti che ogni sano genitore si pone (o si dovrebbe porre) quando si approssima l’evento della separazione, è legato alla possibile condizione di malessere che questa scatenerà nel figlio: “La nostra separazione sarà traumatica per lui?”.

Domanda dalle cento pistole, viste le molteplici configurazioni che può assumere tale evento e le diverse possibili modalità di gestirlo e percepirlo strettamente legate alle individualità in gioco. Tuttavia, pur tenendo conto che ogni situazione fa caso a sé, cercheremo in questo nuovo articolo, scritto con Stella Morana, di fornire alcune brevi ma esplicative risposte.

Anzitutto, è necessario partire dal presupposto che, senza margini di dubbio, la separazione sarà un momento difficile per i figli, come lo è anche per i genitori, e che una certa quota di sofferenza sarà inevitabile.

Un figlio, infatti, vorrebbe sempre vedere i propri genitori amarsi e vivere “per sempre felici e contenti”, come in ogni fiaba che si rispetti, mentre la separazione comporta, ovviamente, la rottura di questa aspettativa.

La famiglia, insomma, è un complesso sistema, formato da soggetti che tra di loro sono strettamente interrelati, e non si può pensare di scomporla senza aspettarsi delle conseguenze su ognuno dei suoi protagonisti, i quali dovranno a loro volta riconfigurarsi per riconquistare un’adeguata omeostasi, compito che risulterà più difficile, tanto più il soggetto è debole e privo di strumenti.

Insomma, ça va sans dire: i figli non sono spettatori passivi delle vicende dei propri genitori, essi partecipano alla separazione e, insieme ai genitori, ne sono i protagonisti, pur non avendola scelta!

Il problema è, semmai, che tipo di protagonismo, in qualità di genitori, intendiamo fargli esperire quando ci si approssima alla separazione.

V’è, infatti, un protagonismo passivo, in cui si commette l’errore di non parlarne, di credere che i figli non capiscano, che tanto basta, chessò: litigare in silenzio, non rendere evidente la crisi, comportarsi da bravi genitori, nonostante l’uomo e la donna che vestono quei panni sono distanti tra loro milioni di chilometri e il gaio sorriso del genitore che compare sui loro volti è poco più di una maschera funebre che nasconde il rancore, l’odio di due ex-amanti rabbiosi.

V’è poi, invece, un protagonismo fin troppo attivo, dove la coppia non risparmia ai figli scene di conflitto o addirittura di violenza, ma anche (e non necessariamente insieme) situazioni in cui il bambino è usato come strumento di vendetta, rivendicazione, sfida, contrapposizione, conquista, rivalsa, trasformandolo in un vero e improprio giudice che, spesso, finirà per pronunciare la propria condanna contro se stesso.

Vi è poi, infine, in questa classifica decisamente riduzionista, il solo protagonismo che -crediamo- si debba far vivere ai figli quando i loro genitori stanno per separarsi, ed è quello di farli partecipare all'evento separativo: mettendoli al corrente, col più largo anticipo possibile, di ciò che sta accadendo; aiutandoli a comprendere, attraverso l’uso di un linguaggio comprensibile alla loro età, ma soprattutto attraverso azioni corrispondenti che, dove finisce la coppia di coniugi, non finisce la coppia di genitori (perché l’essere genitori, come l’essere figli, è un unione indissolubile); facendogli sentire che, di ciò che sta accadendo, loro non hanno colpa (come spesso -invece- tendono a pensare i bambini) e, non per ultimo, operando affinché (nonostante la rabbia, la delusione e il dolore) ognuno dei due coniugi diventi il principale protettore e sostenitore dell’altro genitore, salvaguardando così agli occhi dei bimbi l’imprescindibile figura del padre e della madre.

In questo senso, l’esperienza e le tecniche del mediatore famigliare possono davvero fare la differenza, accompagnando i genitori a scegliere le parole, le azioni e le strategie più efficaci per far vivere ai figli questo sano protagonismo, affinché possano attraversare, nel miglior modo possibile, l’inevitabile fatica di un momento che risulterà, alla fine, tanto importante della loro vita.


Uno dei quesiti più frequenti che ogni sano genitore si pone (o si dovrebbe porre) quando si approssima l’evento della separazione, è legato alla possibile condizione di malessere che questa scatenerà nel figlio: “La nostra separazione sarà traumatica per lui?”.

Domanda dalle cento pistole, viste le molteplici configurazioni che può assumere tale evento e le diverse possibili modalità di gestirlo e percepirlo strettamente legate alle individualità in gioco. Tuttavia, pur tenendo conto che ogni situazione fa caso a sé, cercheremo in questo nuovo articolo, scritto con Stella Morana, di fornire alcune brevi ma esplicative risposte.

Anzitutto, è necessario partire dal presupposto che, senza margini di dubbio, la separazione sarà un momento difficile per i figli, come lo è anche per i genitori, e che una certa quota di sofferenza sarà inevitabile.

Un figlio, infatti, vorrebbe sempre vedere i propri genitori amarsi e vivere “per sempre felici e contenti”, come in ogni fiaba che si rispetti, mentre la separazione comporta, ovviamente, la rottura di questa aspettativa.

La famiglia, insomma, è un complesso sistema, formato da soggetti che tra di loro sono strettamente interrelati, e non si può pensare di scomporla senza aspettarsi delle conseguenze su ognuno dei suoi protagonisti, i quali dovranno a loro volta riconfigurarsi per riconquistare un’adeguata omeostasi, compito che risulterà più difficile, tanto più il soggetto è debole e privo di strumenti.

Insomma, ça va sans dire: i figli non sono spettatori passivi delle vicende dei propri genitori, essi partecipano alla separazione e, insieme ai genitori, ne sono i protagonisti, pur non avendola scelta!

Il problema è, semmai, che tipo di protagonismo, in qualità di genitori, intendiamo fargli esperire quando ci si approssima alla separazione.

V’è, infatti, un protagonismo passivo, in cui si commette l’errore di non parlarne, di credere che i figli non capiscano, che tanto basta, chessò: litigare in silenzio, non rendere evidente la crisi, comportarsi da bravi genitori, nonostante l’uomo e la donna che vestono quei panni sono distanti tra loro milioni di chilometri e il gaio sorriso del genitore che compare sui loro volti è poco più di una maschera funebre che nasconde il rancore, l’odio di due ex-amanti rabbiosi.

V’è poi, invece, un protagonismo fin troppo attivo, dove la coppia non risparmia ai figli scene di conflitto o addirittura di violenza, ma anche (e non necessariamente insieme) situazioni in cui il bambino è usato come strumento di vendetta, rivendicazione, sfida, contrapposizione, conquista, rivalsa, trasformandolo in un vero e improprio giudice che, spesso, finirà per pronunciare la propria condanna contro se stesso.

Vi è poi, infine, in questa classifica decisamente riduzionista, il solo protagonismo che -crediamo- si debba far vivere ai figli quando i loro genitori stanno per separarsi, ed è quello di farli partecipare all'evento separativo: mettendoli al corrente, col più largo anticipo possibile, di ciò che sta accadendo; aiutandoli a comprendere, attraverso l’uso di un linguaggio comprensibile alla loro età, ma soprattutto attraverso azioni corrispondenti che, dove finisce la coppia di coniugi, non finisce la coppia di genitori (perché l’essere genitori, come l’essere figli, è un unione indissolubile); facendogli sentire che, di ciò che sta accadendo, loro non hanno colpa (come spesso -invece- tendono a pensare i bambini) e, non per ultimo, operando affinché (nonostante la rabbia, la delusione e il dolore) ognuno dei due coniugi diventi il principale protettore e sostenitore dell’altro genitore, salvaguardando così agli occhi dei bimbi l’imprescindibile figura del padre e della madre.

In questo senso, l’esperienza e le tecniche del mediatore famigliare possono davvero fare la differenza, accompagnando i genitori a scegliere le parole, le azioni e le strategie più efficaci per far vivere ai figli questo sano protagonismo, affinché possano attraversare, nel miglior modo possibile, l’inevitabile fatica di un momento che risulterà, alla fine, tanto importante della loro vita.


La bigenitorialità non esiste

Sul finire dello scorso anno è uscito per Gilardi editore un bel libro di Michela Foti e Camilla Targher: “Comunicare la separazione ai figli - Dall'Affidamento Condiviso alla Bi-genitorialità passando per la Mediazione Familiare” per cui ho avuto  il piacere di scrivere la prefazione che, a guisa di promozione, pubblico qui di seguito.

* * *

"La bigenitorialità non esiste.".

Qualche mese fa, invitato ad un convegno sul tema, così mi venne da esordire, contribuendo alla rianimazione dei tanti astanti, ormai un po' assonnati, in quel pomeriggio di inizio primavera.

Al di là della boutade, che non può mancare in ogni sana dissertazione, per di più dopo la pausa pranzo, la questione è più che seria e merita, nel pur breve spazio di questa prefazione, il suo approfondimento; soprattutto se il preambolo del caso anticipa un’intensa e meticolosa analisi (il libro di Foti e Targher) su un oggetto che, apparentemente (ma solo apparentemente), la bigenitorialità sembrerebbe metterla in discussione: il divorzio -ancor più in quello specifico che pertiene alla relazione coi figli.

L'intervento clinico, oramai più che decennale, con famiglie in situazione di disagio (da crisi coniugale e separazione, compresi), mi obbliga ogni giorno a riflettere (e intervenire) attorno al radicale cambiamento che negli ultimi anni ha trasformato i rapporti interpersonali, stravolgendo, a cascata, ogni configurazione relazionale che fino a ieri supportava (e, certo, spesso, sopportava) una certa stabilità.

Le ragioni di questa trasformazione sono complesse e non può essere questo il luogo per disciplinarle. Ci basti sapere che, se fino al 1989 (anno della Convenzione sui Diritti del Bambino di New York) il concetto di bigenitorialità riferiva, ai non addetti, per lo più la sua declinazione di stampo biologico; a partire da quella data si è trasferito e diffuso nel campo del diritto: del bambino, a proteggere la necessità di un rapporto continuativo con entrambi i genitori; e dei genitori, a tutelare la possibilità di esercitare il ruolo di padre e di madre.

Il passaggio dalla “scontata naturalità” di una condizione (la facoltà di fare, in egual misura, il padre e la madre e l'esserne, in egual misura, figlio), alla necessità di disciplinare e tutelare giuridicamente tale “naturalità”, racconta da sé il cambiamento. Ma, se tale ridefinizione prendeva allora le mosse dal sempre più diffuso ricorso all'istituto del divorzio e all'urgenza di dare -appunto- il giusto peso a quei diritti delle parti in gioco che le separazioni mettevano (e mettono), nei fatti, frequentemente in discussione; oggi, per una di quelle obversioni tipiche del post-moderno, la situazione sembra completamente capovolta.

Dieci anni prima della Convenzione di New York, un film: “Kramer contro Kramer”, riscuoteva un successo mondiale (anche grazie ad alcuni facili sentimentalismi), ed apriva diffusamente il sipario su una mutazione in cui il femminile si affermava sempre più concretamente, determinando un riposizionamento del ruolo maschile.

Erano i segnali, estesamente manifesti, di una ridefinizione radicale dei ruoli che certo partiva da più lontano, ma che, proprio in quegli anni, si concretava in una serie di nuove e palpabili esigenze, con conseguenti assestamenti delle pratiche famigliari: marcata conquista, per le donne, di un’indipendenza economica che restringeva il tempo del “fare la mamma” e conseguente riqualificazione delle pratiche maschili, insieme alla spinta ad un rapporto più autentico con i figli, dismettendo gli aspetti più repressivi che ne avevano caratterizzato lo stereotipo, a favore di una gamma di sentimenti più articolata.

E’ da qui che, a mio avviso, il concetto di bigenitorialità comincia ad assumere quel senso extrabiologico che si formalizza nella Convenzione sui Diritti del Bambino, ma in questa non si arresta, e prosegue, di pari passo con le altre metamorfosi sociali, insidiando la famiglia ben al di là dell’evento separativo.

Infatti, il riconoscimento di una bigenitorialità ormai radicata nei riferimenti culturali delle famiglie e la sua conseguente tutela giuridica, non significano -purtroppo- la reale esistenza di quotidiane pratiche educative che la esemplifichino.

Ciò che in larga misura sembra essere successo, a fronte del venire meno della famiglia tradizionale, è, di fatto, la scomparsa della bigenitorialità o, meglio: mentre questa veniva acquisita come principio teorico generale, perdeva di pari passo consistenza fino a determinare, oggi, quella che i sociologi chiamano “la società senza padri”, bizzarra immagine di bigenitorialità.

Il contesto in cui si esplica il rapporto tra genitori e figli sembra, dunque, essere al centro di un processo che si polarizza su due posizioni contraddittorie, spesso autoescludentisi e, comunque, confusive: da una parte il richiamo alla bigenitorilità; dall'altra, la progressiva riduzione e svalutazione delle “naturali” e millenarie pratiche educative bigenitorialmente distinte (per quanto a volte nefaste), sintesi che sembra aver finito per salvare (almeno per ora) un solo modus operandi: quello della madre.

Per bene che vada, dunque, per le molte e legittime ragioni del nostro attuale vivere sociale, questa bigenitorialità, ha per lo più le sembianze del materno: sia quando il padre di fatto non c’è (per indolenza o incompetenza -e, sovente, entrambe insieme), sia quando veste i panni della madre .

Non è certo un caso se i più frequenti e consistenti problemi dei figli sono oggi generati da quella ossessione iperprotettiva che pare albergare nella gran parte delle famiglie e trova la sua sponda educativa nell’archetipo della mamma accogliente evirata dall’argine del padre normante. Liberandoci dell’autoritarismo, abbiamo buttato, è il caso di dirlo, il bambino insieme all’acqua sporca e, senza un argine, il fiume tende a esondare.

La centralità del ruolo materno, così come accennata, non richiama, per altro, soltanto ad una rilettura di un modello maschile che non ha ancora saputo mettersi veramente in discussione superando gli stereotipi del passato (per crearne di nuovi ed efficaci) e, nel dubbio, preferisce o sparire o sagomarsi a un ruolo non suo; ma anche all’esigenza di una ricalibrazione del modello materno che, per necessità o legittimo riscatto, finisce per impossessarsi d’ogni spazio di intervento.

In questo contesto così articolato, la bigenitorialità si attesta, al di là di qualsivoglia naturalità o diritto, come una conquista culturale che, paradossalmente, fatica ad attuarsi soprattutto nelle famiglie unite, dove cioè la “normale” configurazione post-moderna dei ruoli non obbliga ad una riflessione in questo senso.

Culturalmente abiurato, e per fortuna, il vetusto padre-padrone, il maschile sembra faticare a ricavarsi un ruolo autentico e personale che non sia sagomabile al femminile o non si esautori nel semplice cambiare un pannolino, andare al parco coi figli, cucinare o lavare i piatti; bensì capace di immaginarsi quale artefice di un cambiamento generativo in un mondo estremamente differente da quello che, i maschi stessi, hanno disegnato per millenni.

Svuotato nelle sue dinamiche tradizionali, alla ricerca di nuove e possibili identità, il ruolo genitoriale, quando non è assunto quasi esclusivamente dal femminile per virtuale parricidio o abdicazione , al femminile finisce per riferirsi per linguaggi, comportamenti, visioni. Sia in un caso che nell’altro, potremmo dunque parlare di: “monogenitorialità”.

Ed ecco allora l’obversione.

E’, infatti, proprio laddove la crisi famigliare irrompe che papà e mamma frequentemente trovano (possono trovare, se ben accompagnati) l’occasione per mettere in discussione costruttiva e propositiva la loro genitorialità, conquistando un apogeo che la normale routine della vita familiare rischia di negare. Il che non vuol essere uno sprono al divorzio, né significa che le famiglie separate siano “migliori”; dovrebbe invece farci riflettere rispetto alla mancanza di un’educazione alla genitorialità che oggi pare diventare sempre più indispensabile e che solo nell’inciampo della crisi coniugale, può trovare l’occasione di riscoprirsi.

Da qui l’importanza della mediazione e di questo libro che bene la illustra, proprio addentrandosi nel fondamentale campo della relazione coi figli e del come affrontare, con loro, il discorso della separazione; non solo nel minuto spazio della tragica rivelazione, ma tanto più in quel tempo potenzialmente esiziale che è il prosieguo della vita da separati trasformandolo -appunto- nell'opportunità di costruire o ritrovare una genitorialità perduta o mai rivelata, nell'attesa che tale necessità irrompa anche nelle famiglie unite.

Sul finire dello scorso anno è uscito per Gilardi editore un bel libro di Michela Foti e Camilla Targher: “Comunicare la separazione ai figli - Dall'Affidamento Condiviso alla Bi-genitorialità passando per la Mediazione Familiare” per cui ho avuto  il piacere di scrivere la prefazione che, a guisa di promozione, pubblico qui di seguito.

* * *

"La bigenitorialità non esiste.".

Qualche mese fa, invitato ad un convegno sul tema, così mi venne da esordire, contribuendo alla rianimazione dei tanti astanti, ormai un po' assonnati, in quel pomeriggio di inizio primavera.

Al di là della boutade, che non può mancare in ogni sana dissertazione, per di più dopo la pausa pranzo, la questione è più che seria e merita, nel pur breve spazio di questa prefazione, il suo approfondimento; soprattutto se il preambolo del caso anticipa un’intensa e meticolosa analisi (il libro di Foti e Targher) su un oggetto che, apparentemente (ma solo apparentemente), la bigenitorialità sembrerebbe metterla in discussione: il divorzio -ancor più in quello specifico che pertiene alla relazione coi figli.

L'intervento clinico, oramai più che decennale, con famiglie in situazione di disagio (da crisi coniugale e separazione, compresi), mi obbliga ogni giorno a riflettere (e intervenire) attorno al radicale cambiamento che negli ultimi anni ha trasformato i rapporti interpersonali, stravolgendo, a cascata, ogni configurazione relazionale che fino a ieri supportava (e, certo, spesso, sopportava) una certa stabilità.

Le ragioni di questa trasformazione sono complesse e non può essere questo il luogo per disciplinarle. Ci basti sapere che, se fino al 1989 (anno della Convenzione sui Diritti del Bambino di New York) il concetto di bigenitorialità riferiva, ai non addetti, per lo più la sua declinazione di stampo biologico; a partire da quella data si è trasferito e diffuso nel campo del diritto: del bambino, a proteggere la necessità di un rapporto continuativo con entrambi i genitori; e dei genitori, a tutelare la possibilità di esercitare il ruolo di padre e di madre.

Il passaggio dalla “scontata naturalità” di una condizione (la facoltà di fare, in egual misura, il padre e la madre e l'esserne, in egual misura, figlio), alla necessità di disciplinare e tutelare giuridicamente tale “naturalità”, racconta da sé il cambiamento. Ma, se tale ridefinizione prendeva allora le mosse dal sempre più diffuso ricorso all'istituto del divorzio e all'urgenza di dare -appunto- il giusto peso a quei diritti delle parti in gioco che le separazioni mettevano (e mettono), nei fatti, frequentemente in discussione; oggi, per una di quelle obversioni tipiche del post-moderno, la situazione sembra completamente capovolta.

Dieci anni prima della Convenzione di New York, un film: “Kramer contro Kramer”, riscuoteva un successo mondiale (anche grazie ad alcuni facili sentimentalismi), ed apriva diffusamente il sipario su una mutazione in cui il femminile si affermava sempre più concretamente, determinando un riposizionamento del ruolo maschile.

Erano i segnali, estesamente manifesti, di una ridefinizione radicale dei ruoli che certo partiva da più lontano, ma che, proprio in quegli anni, si concretava in una serie di nuove e palpabili esigenze, con conseguenti assestamenti delle pratiche famigliari: marcata conquista, per le donne, di un’indipendenza economica che restringeva il tempo del “fare la mamma” e conseguente riqualificazione delle pratiche maschili, insieme alla spinta ad un rapporto più autentico con i figli, dismettendo gli aspetti più repressivi che ne avevano caratterizzato lo stereotipo, a favore di una gamma di sentimenti più articolata.

E’ da qui che, a mio avviso, il concetto di bigenitorialità comincia ad assumere quel senso extrabiologico che si formalizza nella Convenzione sui Diritti del Bambino, ma in questa non si arresta, e prosegue, di pari passo con le altre metamorfosi sociali, insidiando la famiglia ben al di là dell’evento separativo.

Infatti, il riconoscimento di una bigenitorialità ormai radicata nei riferimenti culturali delle famiglie e la sua conseguente tutela giuridica, non significano -purtroppo- la reale esistenza di quotidiane pratiche educative che la esemplifichino.

Ciò che in larga misura sembra essere successo, a fronte del venire meno della famiglia tradizionale, è, di fatto, la scomparsa della bigenitorialità o, meglio: mentre questa veniva acquisita come principio teorico generale, perdeva di pari passo consistenza fino a determinare, oggi, quella che i sociologi chiamano “la società senza padri”, bizzarra immagine di bigenitorialità.

Il contesto in cui si esplica il rapporto tra genitori e figli sembra, dunque, essere al centro di un processo che si polarizza su due posizioni contraddittorie, spesso autoescludentisi e, comunque, confusive: da una parte il richiamo alla bigenitorilità; dall'altra, la progressiva riduzione e svalutazione delle “naturali” e millenarie pratiche educative bigenitorialmente distinte (per quanto a volte nefaste), sintesi che sembra aver finito per salvare (almeno per ora) un solo modus operandi: quello della madre.

Per bene che vada, dunque, per le molte e legittime ragioni del nostro attuale vivere sociale, questa bigenitorialità, ha per lo più le sembianze del materno: sia quando il padre di fatto non c’è (per indolenza o incompetenza -e, sovente, entrambe insieme), sia quando veste i panni della madre .

Non è certo un caso se i più frequenti e consistenti problemi dei figli sono oggi generati da quella ossessione iperprotettiva che pare albergare nella gran parte delle famiglie e trova la sua sponda educativa nell’archetipo della mamma accogliente evirata dall’argine del padre normante. Liberandoci dell’autoritarismo, abbiamo buttato, è il caso di dirlo, il bambino insieme all’acqua sporca e, senza un argine, il fiume tende a esondare.

La centralità del ruolo materno, così come accennata, non richiama, per altro, soltanto ad una rilettura di un modello maschile che non ha ancora saputo mettersi veramente in discussione superando gli stereotipi del passato (per crearne di nuovi ed efficaci) e, nel dubbio, preferisce o sparire o sagomarsi a un ruolo non suo; ma anche all’esigenza di una ricalibrazione del modello materno che, per necessità o legittimo riscatto, finisce per impossessarsi d’ogni spazio di intervento.

In questo contesto così articolato, la bigenitorialità si attesta, al di là di qualsivoglia naturalità o diritto, come una conquista culturale che, paradossalmente, fatica ad attuarsi soprattutto nelle famiglie unite, dove cioè la “normale” configurazione post-moderna dei ruoli non obbliga ad una riflessione in questo senso.

Culturalmente abiurato, e per fortuna, il vetusto padre-padrone, il maschile sembra faticare a ricavarsi un ruolo autentico e personale che non sia sagomabile al femminile o non si esautori nel semplice cambiare un pannolino, andare al parco coi figli, cucinare o lavare i piatti; bensì capace di immaginarsi quale artefice di un cambiamento generativo in un mondo estremamente differente da quello che, i maschi stessi, hanno disegnato per millenni.

Svuotato nelle sue dinamiche tradizionali, alla ricerca di nuove e possibili identità, il ruolo genitoriale, quando non è assunto quasi esclusivamente dal femminile per virtuale parricidio o abdicazione , al femminile finisce per riferirsi per linguaggi, comportamenti, visioni. Sia in un caso che nell’altro, potremmo dunque parlare di: “monogenitorialità”.

Ed ecco allora l’obversione.

E’, infatti, proprio laddove la crisi famigliare irrompe che papà e mamma frequentemente trovano (possono trovare, se ben accompagnati) l’occasione per mettere in discussione costruttiva e propositiva la loro genitorialità, conquistando un apogeo che la normale routine della vita familiare rischia di negare. Il che non vuol essere uno sprono al divorzio, né significa che le famiglie separate siano “migliori”; dovrebbe invece farci riflettere rispetto alla mancanza di un’educazione alla genitorialità che oggi pare diventare sempre più indispensabile e che solo nell’inciampo della crisi coniugale, può trovare l’occasione di riscoprirsi.

Da qui l’importanza della mediazione e di questo libro che bene la illustra, proprio addentrandosi nel fondamentale campo della relazione coi figli e del come affrontare, con loro, il discorso della separazione; non solo nel minuto spazio della tragica rivelazione, ma tanto più in quel tempo potenzialmente esiziale che è il prosieguo della vita da separati trasformandolo -appunto- nell'opportunità di costruire o ritrovare una genitorialità perduta o mai rivelata, nell'attesa che tale necessità irrompa anche nelle famiglie unite.

Mediatore: né psicologo, né avvocato

In uno dei primi episodi di Fairly Legal, un interessante serial televisivo che ha come protagonista una mediatrice (Kate Reed), David Nicastro, giudice del tribunale in cui la mediatrice spesso opera, con quella bella capacità di sintesi che ha la lingua anglosassone e che il media televisivo, se è possibile, ancor più accentua, così definisce, a un gruppo di contendenti, il senso del mediare: "Kate Reed," dice (badate bene un giudice, non il portavoce del collettivo Bakunin): "non è un avvocato. È una mediatrice, in pratica è un arbitro in una partita senza regole, le cui regole le fanno la parti stesse.".

Un arbitro in una partita senza regole in cui le regole le fanno la parti stesse.

Personalmente credo sia una delle più efficaci definizioni della mediazione e... (continua a leggere qui)


Su "Il Sole 24 Ore", Diritto 24., prosegue l'Osservatorio sulla Mediazione Familiare insieme all'avvocato Teresa Laviola.
In uno dei primi episodi di Fairly Legal, un interessante serial televisivo che ha come protagonista una mediatrice (Kate Reed), David Nicastro, giudice del tribunale in cui la mediatrice spesso opera, con quella bella capacità di sintesi che ha la lingua anglosassone e che il media televisivo, se è possibile, ancor più accentua, così definisce, a un gruppo di contendenti, il senso del mediare: "Kate Reed," dice (badate bene un giudice, non il portavoce del collettivo Bakunin): "non è un avvocato. È una mediatrice, in pratica è un arbitro in una partita senza regole, le cui regole le fanno la parti stesse.".

Un arbitro in una partita senza regole in cui le regole le fanno la parti stesse.

Personalmente credo sia una delle più efficaci definizioni della mediazione e... (continua a leggere qui)


Su "Il Sole 24 Ore", Diritto 24., prosegue l'Osservatorio sulla Mediazione Familiare insieme all'avvocato Teresa Laviola.
 
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